DeFi – Finanza Decentralizzata: il coraggio di osare. Intervista a Francesco Gallo, Il volto di Npo

10 novembre 2020
DeFi – Finanza Decentralizzata: il coraggio di osare. Intervista a Francesco Gallo, Il volto di Npo
Il coraggio di osare

La tecnologia ci ha abituato a sprint sorprendenti, a essere il motore dell’innovazione, abilitando un concetto che da anni è croce e delizia di molte aziende: la Digital Transformation.

Quello che però nessun manuale poteva anticipare era che da una parte lo sprint potesse accelerare con l’intensità di un centometrista, e dall’altro che si controbilanciasse con una sospensione e recessione, a livello mondiale, di molti altri settori.

È quello che sta succedendo da qualche mese a questa parte: mentre il mondo è sospeso tra incertezze e blocchi, c’è un ambito tecnologico particolare che non solo cresce, ma lo fa a tripla cifra, con una forza determinata che fa fatica a essere lasciata in ombra.

Parliamo nello specifico della DeFi, la Finanza Decentralizzata. Delle sue potenzialità, delle sue caratteristiche e di Innovazione su larga scala, ce ne parla Francesco Gallo, Innovation & Strategy Director di Npo Sistemi.

DeFi, di cosa si tratta?

DeFi sta per Decentralized Finance, è la trasposizione delle tecniche e tecnologie che generalmente si applicano in ambito finance, in un nuovo contesto che non è legacy (quindi centralizzato) grazie alla Blockchain.

La natura della Blockchain permette di avere un approccio completamente diverso alla finanza garantendo la Trustlesness, cioè la possibilità di non necessitare di fiducia tra i partecipanti perché veridicità ed affidabilità degli scambi sono già garantite dalla tecnologia.  

Per dare una dimensione numerica al fenomeno, Defipulse.com, il portale che ne traccia il valore, solo qualche giorno fa segnava la 12.4 billion. Un dato impressionante se pensiamo che si tratta di una tracciatura parziale, che tiene conto cioè solo degli scambi avvenuti attraverso la mainnet di Ethereum (una delle tecnologie più diffuse).

Qual è il principale ambito applicativo?

Fin dalle prime sperimentazioni, la Blockchain ha avuto molte applicazioni in ambito finanziario. La Blockchain è infatti definita da sempre internet del valore (se pensiamo che nella finanza gli scambi avvengono proprio tra elementi di valore, la ragione è presto detta).  

Nella DeFi però il paradigma della Blockchain è stato esteso e non si riferisce solo ai pagamenti, quanto a transazioni che permettono di scambiare prodotti finanziari veri e propri.

I prodotti in questo senso si possono costruire attraverso token (rappresentazione di valore implementabile con diversi standard per essere sia fungibile che non fungibile): in sostanza è possibile rappresentare il valore e farlo con delle proprietà. A supporto di questi scambi, negli anni sono nati anche dei portali che ad ogni asset reale ne associano uno sintetico, un fungible token scambiabile con cui si implementano i vari meccanismi di trading.

Quali sono i vantaggi concreti?

I vantaggi e le potenzialità sono enormi.

Un esempio è la possibilità, da parte degli utenti, di avere il pieno controllo dei propri asset interagendo con il sistema attraverso applicazioni decentralizzate senza così dover delegare la gestione a parti terze.

In sostanza, ognuno possiede il proprio wallet, il proprio portafoglio virtuale con all’interno i propri asset. Nel momento in cui si vuol fare trading su piattaforme di exchange decentralizzate, non è necessario spostare i soldi dal proprio wallet all’exchange decentralizzato, perché i soldi rimarranno all’interno del proprio wallet fino al momento dello scambio effettivo. E questo scambio può concludersi unicamente con due risultati, positivo “ho scambiato”, o negativo “non ho scambiato”. In questo modo quindi è possibile avere la gestione diretta dei propri valori attraverso applicazioni distribuite senza mai perderne il controllo.

Per comprendere invece la portata innovativa e il livello di disruption di questa tecnologia, possiamo pensare ai flash loans, i prestiti istantanei, che, a differenza della finanza tradizionale, nella DeFi sono possibili purché il prestito sia risarcito all’interno della stessa transazione, così da permettere a chiunque di sfruttare delle opportunità di arbitraggio senza disporre di alcun capitale.

Un’altra potenzialità della DeFi è legata al rilascio open source dei codici sorgente. Mi spiego meglio. La DeFi, così come la Blockchain, si basa sul concetto di trustlessness. La fiducia viene infatti implementata diversamente, perché i contratti vengono scritti mediante regole codificate all’interno dei codici sorgente. Proprio per consentire a chiunque di aver accesso e consultare queste regole, i codici sorgente vengono rilasciati open source.   

Quale è invece il suo lato oscuro?

Un primo esempio si collega al vantaggio appena raccontato.

Il rilascio open source dei codici sorgente infatti da una parte è una caratteristica democratizzante, perché permette a chiunque di accedere alle regole in essi contenute, dall’altra un grande rischio da un punto di vista business. Data la disponibilità dei codici di ciascuna dApp (decentralized application), chiunque ha la possibilità di scaricare il progetto, modificarne alcune componenti e rilasciare un nuovo layer applicativo, potenzialmente in totale concorrenza con chi l’ha ideato. Tutto ciò genera una continua rincorsa, per alcuni versi sana, verso il continuous improvement, ma penalizza il livello di maturità delle applicazioni che sono per la maggior parte rilasciate in versione beta. Grande potenzialità e grande rischio insomma.

Accanto a questo, il lato oscuro delle DeFi può raccontarsi anche attraverso la posta in gioco in termini di denaro.

Gli interessi che si guadagnano con questi investimenti infatti sono enormi, in molti casi hanno superato anche interessi a tre cifre.

Se da un lato ci sono possibili guadagni enormi, dall’altro si rischia continuamente che il banco salti e che si perda tutto. Il primo suggerimento è infatti quello di non investire più di quanto non si sia disposti a perdere!  

Altro problema rilevante è quello dell’accountability: al momento infatti non c’è un livello di autenticazione personale, tutte le transazioni sono anonime e ciascun wallet non è necessariamente associato a una persona fisica. La conseguenza è che tutto ciò che accade, compreso guadagnare e perdere i soldi, rimane anonimo.

Ecco forse il lato oscuro, ma allo stesso tempo una delle sue caratteristiche e potenzialità più disruptive, è l’impossibilità di farla aderire ad una regulation convenzionale. Com’è possibile pensare infatti di poter regolamentare scambi tra soggetti che avvengono attraverso l’esecuzione di applicazioni decentralizzate e senza il controllo di terze parti? Questo è un quesito ancora aperto che deve fare i conti con uno spazio di utilizzo della tecnologia che è allo stesso tempo sovragovernativo e incensurabile.

Perché questa disruption non ha avuto una risonanza adeguata sui media?

Quella della DeFi è ancora una dimensione accessibile a pochi. La tecnologia non è ancora così matura da garantire una diffusione capillare, manca ancora un vero e proprio bridge con il mondo reale che la renda un fenomeno alla portata di tutti. L’intero ecosistema è in continuo aggiornamento ed evoluzione con l’intento di colmare questo gap.

Al momento per fare una transazione l’utente medio deve avere un wallet, un plug in che si inserisce all’interno del browser dove poter inserire i propri token e le criptovalute.

Per il prossimo futuro ci aspettiamo una convergenza tra la finanza tradizionale e quella decentralizzata, un merge tra i due ambiti che porterà a stabilizzare il mercato, sia in termini di revenue che di efficacia.

Al di là della necessaria maturità tecnologica, se penso al futuro e alle prospettive della DeFi, per una sua più ampia diffusione credo ci sia bisogno anche di una maggiore apertura dei contesti organizzativi.

Occorre il coraggio e la volontà di aprirsi al cambiamento accettando le sfide che l’evoluzione tecnologica ci pone davanti.

Occorre valutare i possibili rischi che derivano dall’utilizzo di approcci tecnologici diversi e innovativi, misurando e gestendo gli eventuali effetti collaterali che, per realizzare modelli di business efficaci e disruptive, sono inevitabili.

Ma non solo, aprirsi al cambiamento e promuoverlo significa anche non rinunciare ad abbracciare la pluralità di pensiero, incluso quello laterale spesso sottovalutato perché veicolato da soggetti definiti “diversi e non convenzionali”. Oggi infatti tendiamo ad associare il valore alla conformità, ma non è così.

È la pluralità di pensiero a sostenere il progresso. Le aziende oggi dovrebbero non solo abbracciarla, ma anche renderla parte della propria visione strategica.

Promuovere il cambiamento, il valore dell’innovazione e abbracciare la diversità, sono questi i tre driver che possono rendere grandi le aziende.

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